V CONGRESSO NAZIONALE
Tesi minoranza
PRC/V Congresso nazionale/Tesi/Tesi minoranza
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Partito della Rifondazione Comunista
V Congresso Nazionale
Tesi minoranza
UN PROGETTO COMUNISTA RIVOLUZIONARIO NELLA NUOVA FASE STORICA
Tesi per il V Congresso del PRC
Votate dalla minoranza del Comitato Politico Nazionale
INTRODUZIONE - SINTESI
Il capitalismo mondiale riversa sempre più la propria crisi sulla
condizione generale dell'umanità, minacciando una vera e propria regressione storica
di civiltà. La ripresa delle guerre che ha segnato l'ultimo decennio -prima in
Irak, poi nei Balcani, oggi in Afghanistan-, ne è il riflesso materiale e
simbolico.
La rappresentazione della cosi detta "globalizzazione"
capitalistica come avvento di un "nuovo capitalismo" capace di
superare le sue antiche contraddizioni, è stata smentita dalla realtà.
La crisi che da un quarto di secolo segna l'economia del mondo non solo non
è superata ma si ripropone oggi nella forma classica della recessione.
Le contraddizioni tra i blocchi capitalistici non solo non si sono dissolte
in un "impero" indistinto e omogeneo ma si ripropongono acuite dopo
il crollo dell'URSS e sotto la spinta della crisi.
La contraddizione tra capitale e lavoro, lungi dall'essere superata o
ridimensionata, è riproposta nella sua centralità dalla crisi e dalla nuova
competizione globale capitalistica.
Lo stesso sviluppo del militarismo e della guerra in corso -con i suoi
effetti regressivi sul terreno delle libertà democratiche e delle conquiste
sociali- è inseparabile dal contesto generale della crisi capitalistica. Lungi
dall'essere un conflitto tra "due fondamentalismi" ideologici (il
Mercato e il Terrore) è una guerra dell'imperialismo contro i popoli oppressi:
mira al controllo del Medio Oriente e dell'Asia centrale; vuole intimidire i
movimenti di liberazione nazionale (a partire dal popolo palestinese); mira a
contrastare la recessione economica col grande rilancio delle spese militari;
risponde all'interesse dell'imperialismo americano a controbilanciare l'ascesa
economica europea con il rilancio della propria indiscussa egemonia militare.
Su un altro piano, gli sviluppi politici e le dinamiche del capitale degli
anni novanta sono stati devastanti per l'ambiente. Tutti i vecchi problemi si
sono estesi, sono emerse nuove emergenze su scala planetaria. A fronte di tutto
questo, tanto gli approcci etico-culturali quanto il riformismo verde si sono
rivelati inadeguati e impotenti: nessun nuovo modello di sviluppo sarà
possibile senza un nuovo modo di produzione, senza il rovesciamento del
capitalismo.
In definitiva, a dieci anni dal crollo dell'URSS, la ricomposizione
capitalistica dell'unità del mondo non si è affatto tradotta in un universo
pacificato e più stabile, ma in un'accentuazione della crisi internazionale.
Questo quadro generale di crisi e regressione rivela una volta di più il
carattere utopico di ogni progetto riformistico.
L'idea di "governi riformatori" favorevoli ai lavoratori; di un
possibile capitalismo "equo" imbrigliato dalle regole di una
"società civile progressista"; di una riforma pacifista dell'ordine
mondiale, fondata su una rivalutazione dell'ONU e sospinta dalla cultura
gandhiana della "non-violenza", rappresentano, oggi più che mai,
un'illusione impotente. Non una via concreta di costruzione di un altro mondo
possibile, ma la rassegnazione di fatto a questo mondo reale, seppur nutrita di
sogni.
Il V Congresso del nostro partito è chiamato dunque a rimuovere e a
contrastare ogni utopia riformista assumendo un nuovo orizzonte strategico,
apertamente anticapitalista e rivoluzionario.
Un altro mondo è possibile. Si chiama Socialismo. Non si tratta solo di
evocarne il nome ma di recuperarne il programma generale quale unica vera
risposta alla crisi dell'umanità.
Solo l'abolizione della proprietà privata, a partire dai duecento colossi
multinazionali che oggi dominano l'economia del mondo. Solo una economia
mondiale democraticamente pianificata liberata dal dominio del profitto; solo
la conquista del potere politico da parte delle classi subalterne come leva
decisiva della transizione, possono creare le condizioni di un nuovo
"modello di sviluppo": che liberi nuove relazioni tra gli uomini e i
popoli, un nuovo rapporto dell'uomo con l'ambiente, un controllo degli
indirizzi e delle applicazioni della scienza in funzione delle qualità della
vita quale nuova frontiera del progresso. Recuperare e attualizzare dunque il
programma originario del comunismo e della rivoluzione d'Ottobre come scenario
di liberazione dell'umanità, scevro da ogni retaggio burocratico staliniano, è
compito centrale dei comunisti e del nostro partito. Assumendolo come bussola
di una nuova impostazione strategica che riconduca gli obiettivi immediati di
ogni lotta e di ogni movimento alla necessità della rivoluzione sociale.
Peraltro proprio l'inizio di ripresa oggi della lotta di classe e dei
movimenti di massa nel mondo (ciò che nel partito abbiamo chiamato "il
disgelo") -sintomo dopo vent'anni dalla crisi di egemonia delle politiche
dominanti - rappresenta una straordinaria occasione di rilancio della
prospettiva socialista presso la giovane generazione: come risposta
rivoluzionaria nel cuore dei movimenti, alle loro stesse domande sociali
ambientali, democratiche, di pace, tutte incompatibili, nelle loro istanze
profonde, con l'attuale ordine borghese. Non si tratta allora di abbandonarsi
alla mistica retorica dei movimenti, tantomeno di disperdere la centralità di
classe: si tratta di ricondurre il prezioso sentimento antiliberista della
giovane generazione ad una chiara prospettiva di classe anticapitalista. La
sola che possa offrire un futuro ai movimenti stessi; la sola che possa
svilupparli oggi sul terreno della mobilitazione contro l'imperialismo e la
guerra fuori da ogni illusione pacifista; la sola che possa fondare il
riferimento alla classe operaia a al mondo del lavoro nella sua nuova composizione
ed estensione, quale soggetto centrale del blocco storico alternativo. Da qui
la necessità di una battaglia nei movimenti per l'egemonia di classe: che non è
autoimposizione burocratica ma lotta aperta e leale per la prospettiva
socialista contro quelle culture neoriformiste che conducono i movimenti stessi
nel vicolo cieco della sconfitta. Il complesso lavoro di rifondazione di
un'internazionale comunista e rivoluzionaria che assuma la battaglia per
l'egemonia anticapitalistica su scala mondiale è tanto più oggi una necessità
di fondo per i comunisti.
Ma questa nuova impostazione strategica implica una svolta profonda di
linea e di scelte sul piano nazionale. Entro il nuovo scenario politico
italiano, la ripresa delle dinamiche di movimento sul versante operaio e
giovanile e la crisi verticale e deriva liberale dei D.S., creano le condizioni
di un forte e necessario rilancio del nostro partito quale unico possibile
riferimento politico alternativo per vasti settori di lavoratori e di giovani. Ma
ciò implica un nuovo indirizzo di fondo del PRC. Per 10 anni il nostro partito
ha respinto la proposta di costruzione del polo autonomo di classe per
perseguire una linea di "condizionamento" dell'apparato D.S. e delle
sue coalizioni (polo progressista e centrosinistra) sulla base di un
"programma di riforme": sia dal governo, che dall'opposizione, sia
sul piano nazionale che sul piano locale. E' onesto riconoscere che questa
linea ha registrato un sostanziale fallimento. Essa infatti non ha dato
risultati: né dal punto di vista della costruzione del PRC e della sua
influenza elettorale e di massa; né soprattutto dal punto di vista degli
interessi e delle prospettive del movimento operaio, che proprio il
Centrosinistra e l'apparato D.S., alfieri degli interessi della grande
borghesia per tutta la precedente legislatura hanno condannato alla sconfitta
sociale e politica. L'unico effetto pratico della linea di
"contaminazione" del centrosinistra è stato, al
contrario, il coinvolgimento del PRC per metà della legislatura dell'Ulivo
nel sostegno a politiche antioperaie e antipopolari (varo del lavoro interinale
col "Pacchetto Treu", privatizzazioni, tagli della spesa sociale) del
tutto opposte alle ragioni sociali del nostro partito.
La prospettiva avanzata per il dopo Berlusconi di un "governo della
sinistra plurale" sulla base di un "programma riformatore", non
solo rimuove ogni bilancio ma ripropone di fatto l'ispirazione fallita di dieci
anni. E' quanto viene esplicitato nel documento precongressuale votato dalla maggioranza
del partito nel CPN di ottobre che afferma: "(…) questo non significa che
non si possa costruire una sinistra plurale, in Italia e in Europa, capace di
proporsi il tema della conquista della maggioranza dei consensi e della
candidatura al governo ai fini di realizzare un programma riformatore, ma vuol
dire che per arrivarci bisogna battere strade diverse da quelle della
tradizionale politica unitaria, in primo luogo facendo irrompere nell'intero
campo delle sinistre e dei rapporti tra di loro, la novità e la rottura del
movimento." Questa prospettiva non solo quindi preserva il riferimento
all'esperienza negativa della gauche plurielle di Jospin ma la ripropone con un
apparato D.S. che nella sua larga maggioranza ha rotto con la funzione della stessa
socialdemocrazia. Assumere questa prospettiva come finalità di sbocco dei
movimenti significherebbe contraddire le potenzialità anticapitaliste dei
movimenti stessi e subordinarli ad un accordo coi liberali.
Il V Congresso respinge dunque questa prospettiva politica a partire da una
svolta di fondo: quella della costruzione del PRC attorno alla linea del polo
autonomo di classe e anticapitalistico, alternativo sia al Centrodestra
reazionario sia al Centrosinistra liberale. Questo orientamento implica
innanzitutto una coerenza di collocazione politica del nostro partito come
forza di opposizione. Non può esservi contraddizione tra le ragioni sociali che
il PRC esprime e la sua collocazione politica istituzionale: ciò vale in
prospettiva sul piano nazionale, come vale anche sul piano locale dove va
superata la collaborazione di governo nelle giunte di Centrosinistra, a partire
dalle Regioni e dalle grandi città, dove siamo di fatto subordinati a politiche
e interessi del tutto estranei alle ragioni dei lavoratori. Ma più in generale
la proposta del polo autonomo di classe è rivolta all'insieme del movimento
operaio e dei movimenti di massa. L'esperienza dell'ultima legislatura, ha
dimostrato a milioni di lavoratori il disastro sociale e politico della collaborazione
del movimento operaio con le forze sociali e politiche del Centro Borghese. "Rompere
col Centro" non è allora una petizione astratta: fa leva sull'esperienza
di massa per rivendicare l'autonomia di classe dei lavoratori e delle
lavoratrici di fronte agli interessi delle altre classi e delle loro
rappresentanze. Per dire che solo una mobilitazione indipendente dei lavoratori
e dei movimenti sul terreno anticapitalistico può difendere le loro ragioni e
aprire il varco ad un'alternativa vera.
Questa esigenza di autonomia è più attuale che mai. Di fronte alle destre e
a Berlusconi tutte le forme di alleanze con le forze di Centro hanno fallito. Solo
la grande mobilitazione indipendente della classe operaia nel '94 riuscì a
piegare il governo Berlusconi e a porre le condizioni della sua caduta. Il
nostro partito deve costruire tra le masse la memoria di questa esperienza, e
assumerla come riferimento per la propria azione.
Il nuovo governo Berlusconi ha un insediamento sociale e istituzionale più
forte che nel 94; ma proprio per questo la sua eventuale stabilizzazione, come
si è visto a partire da Genova, comporta un rischio reazionario più elevato. Il
PRC non può vivere allora la propria opposizione come routine istituzionale
combinata con l'affidamento alla spontaneità dei movimenti. Ha l'onere di una
proposta al movimento operaio e della costruzione attiva di uno sbocco
politico. In questo senso il V Congresso del PRC assume l'obiettivo della
cacciata del governo Berlusconi-Bossi- Fini per una alternativa di classe come
terreno di mobilitazione unitaria del movimento operaio e dei movimenti di
massa e di tutte le tendenze politiche e sindacali che su di essi si basano. Perché
solo una vera esplosione sociale concentrata contro il padronato e il governo
delle destre può realmente scompagnare lo scenario politico italiano e porre le
condizioni dell'alternativa di classe.
Da qui la proposta di una vertenza generale attorno ai temi di un forte
aumento salariale per tutto il lavoro dipendente, del salario minimo garantito
intercategoriale, di un vero salario garantito ai disoccupati e ai giovani in
cerca di prima occupazione, dell'abolizione delle leggi di precarizzazione del
lavoro (v. "Pacchetto Treu" e le ulteriori leggi in materia
introdotte dal governo Berlusconi) con l'assunzione a tempo indeterminato di
tutti i lavoratori precari, della riduzione generalizzata dell'orario. Questa
proposta di mobilitazione può e deve essere avanzata dal nostro partito in
tutti i luoghi di lavoro, in tutte le organizzazioni sindacali, sul territorio,
nello stesso movimento antiglobalizzazione: sostenendo le tendenze interne del
movimento che già oggi spingono per un suo impegno diretto a fianco dei
lavoratori e delle lavoratrici. E' proprio dalla ricomposizione unitaria di
lotta della giovane generazione, dal versante operaio in primo luogo come dal
versante antiglobalizzazione che può innescarsi la dinamica dell'esplosione
sociale contro il governo delle destre e le classi dominanti. Ricondurre a
questo sbocco tutto il lavoro di massa del partito, estendere il quadro delle
rivendicazioni ad ogni settore sociale colpito dalle politiche dominanti (v.
Immigrazione e Scuola), collegare il quadro delle rivendicazioni immediate a un
programma più generale di rottura con la proprietà capitalistica e lo Stato,
sviluppare in ogni movimento la coscienza politica anticapitalistica, questo è
l'impegno necessario dell'opposizione comunista per l'alternativa di classe.
E in questo ambito il nostro partito non può teorizzare un principio di
adattamento silenzioso nei movimenti affidandosi passivamente a orientamenti e
scelte delle loro direzioni ma deve elaborare capacità di proposta su scelte
politiche piccole e grandi, in funzione della prospettiva anticapitalistica. La
tematica delle forme di lotta, a partire dalla necessaria difesa del diritto di
manifestare in piazza, contro ogni tentazione di ripiegamento; le questioni
legate all'autodifesa di manifestazioni pacifiche e di massa contro le
aggressioni violente da qualunque parte provengano; la tematica delle forme di
organizzazione dei movimenti e del loro sviluppo democratico oggi centrale nel
movimento antiglobalizzazione: sono terreni su cui il nostro partito non può
tacere in nome di un blocco incondizionato con le direzioni egemoni dei
movimenti. Ma deve avanzare indicazioni, certo collegate alla sensibilità degli
interlocutori e alla concretezza dei problemi, ma sempre ispirate a un unico
criterio di fondo: lo sviluppo della forza autonoma delle classi subalterne e
dei movimenti di massa in direzione di un'alternativa di società e di potere. Come
affermava Rosa Luxemburg: "La conquista del potere politico resta il
nostro scopo finale e lo scopo finale resta l'anima della nostra lotta. La
classe operaia non deve porsi nell'ottica [di chi dice] 'Lo scopo finale non è
niente, è il movimento che è tutto.' No, al contrario: il movimento in quanto
tale, senza rapporto con lo scopo finale, il movimento come fine in sé non è
niente, è lo scopo finale che è tutto." (1898).
Solo questo programma di alternativa anticapitalistica fonda la ragione
politica organizzativa del partito nel suo rapporto con i movimenti e la lotta
di classe. Un partito che si viva come pura rappresentanza istituzionale di
domande sociali, in funzione di una prospettiva di governo riformatore, si
priva di una funzione strategica indipendente e perciò mette a rischio, al di
là di ogni intenzione, la ragione stessa della sua esistenza. Privo di uno
specifico progetto anticapitalistica il partito smarrisce la ragione di una
propria distinzione rispetto al movimento. E così l'invito dell'apertura al
movimento, in sé importantissima, si trasforma in un rischio di dissoluzione
nel movimento stesso, o di trasformazione delle proprie strutture in indistinti
"luoghi di movimento". Il risultato paradossale non è così il
rafforzamento del partito nel movimento ma all'opposto un principio di
dispersione delle forze e di loro sradicamento: a tutto danno sia del partito
che del movimento stesso, privato di un riferimento organizzato capace di
indicazione e proposta.
La logica proposta dalla maggioranza dirigente del PRC va dunque
esattamente capovolta. Il partito ha sì l'esigenza prioritaria di
partecipazione piena ai movimenti, senza distacchi dottrinari e anzi con la
massima concentrazione in essi delle proprie forze. Ma ne ha esigenza come
partito cioè come specifico progetto collettivo anticapitalista e
rivoluzionario: ciò che richiede una specifica strutturazione, specifici
strumenti che possano organizzare nei movimenti, a partire dalla classe
operaia, la battaglia collettiva per quel progetto. Ed anche il più ampio
sviluppo della democrazia interna del partito, condizione decisiva
dell'elaborazione collettiva e della stessa formazione dei quadri. In questo
senso la funzione d'avanguardia del partito non come imposizione burocratica,
ma come progetto programmatico su cui sviluppare consenso ed egemonia, è la
condizione stessa del suo radicamento e rafforzamento organizzativo.
Tesi 1 - CRISI DELL'UMANITA'
I dieci anni che sono trascorsi, dopo la svolta d'epoca segnata dal crollo
dell'URSS, hanno interamente smentito le profezie liberali che accompagnarono
quell'evento. Il capitalismo mondiale riversa sempre più la propria crisi sulla
condizione generale dell'umanità, minacciando una vera e propria regressione
storica di civiltà. La ripresa della guerra che ha segnato l'ultimo decennio
-prima in Irak, poi nei Balcani, oggi in Afghanistan- col suo carico di morti e
distruzioni ne è il riflesso materiale e simbolico.
La perdurante crisi economica capitalistica, le ripetute sconfitte del
movimento operaio degli anni '80 e '90, il venir meno col crollo dell'URSS di
un contrappeso statuale per quanto distorto alla potenza dell'imperialismo, i
vasti processi di restaurazione capitalistica che hanno investito, in forme
diverse, vaste aree del mondo, hanno prodotto come effetto congiunto un
arretramento delle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza
dell'umanità.
Nei paesi imperialisti di tutti i continenti (USA, Europa, Giappone), la
caduta dei salari, il degrado del lavoro, lo smantellamento progressivo delle
protezioni sociali, descrivono nel loro insieme un attacco profondo ai livelli
acquisiti di sicurezza sociale.
Nei paesi a capitalismo restaurato (Russia ed est Europa) o in via di
restaurazione (Cina) la reintroduzione del dominio del mercato procede alla
distruzione di ogni forma di difesa sociale producendo un drammatico salto
regressivo nella vita di centinaia di milioni di uomini e di donne.
Nel blocco dei paesi dipendenti, interi continenti, a partire dall'Africa e
da larga parte dall'America Latina, conoscono una ulteriore precipitazione
della condizione di massa, assieme ad un aggravamento dei livelli di dipendenza
coloniale dall'imperialismo.
Più in generale l'intera dimensione della vita è investita da una profonda
tendenza regressiva, segnata dal moltiplicarsi dei sintomi del degrado,
dell'intolleranza, dell'irrazionalismo.
Il ritorno della guerra, che ha costellato il decennio, è il riflesso eloquente
di questa drammatica regressione. Anche solo venti anni fa la previsione di una
guerra nel cuore dell'Europa sarebbe apparsa un fantasioso azzardo. Venti anni
dopo non solo la guerra ritorna materialmente nello stesso vecchio continente,
col suo carico terribile di morte e distruzione (Balcani): ma si rilegittima
progressivamente nell'immaginario collettivo di settori di massa. Ed oggi il
potente rilancio del militarismo internazionale a guida anglo-americana,
trainato dalla guerra imperialistica all'Afghanistan, lo stesso riarmo della
Germania e del Giappone, segnano anche simbolicamente la svolta d'epoca del
nostro tempo.
Su un altro piano, si fanno di anno in anno più drammatiche le
manifestazioni e le conseguenze della crisi ambientale planetaria, una
drammatica conferma dell'incapacità dell'attuale ordine sociale di operare in
modi non distruttivi nei confronti dell'ambiente. E le conseguenze sociali di
questa crisi tendono sempre più a combinarsi con quelle della crisi sociale e
politica in cui sprofondano molti paesi del cosiddetto Terzo mondo, ciò che
provoca vere e proprie "catastrofi umanitarie" e sospinge masse
crescenti di uomini e di donne a migrare in una sorta di disperata "fuga
per la sopravvivenza".
Per la prima volta dal dopoguerra, ad ogni latitudine del mondo,
l'orizzonte delle nuove generazioni non si presenta come orizzonte di progresso
ma come preannuncio di nuove regressioni. Non si tratta peraltro di uno
scenario eccezionale. Al contrario, se guardiamo le cose col raggio di visuale
del lungo periodo osserviamo il ritorno del capitalismo alla normalità storica
del proprio declino. Ciò che semmai è superata è l'eccezionalità di quella
parentesi storica postbellica che agli occhi di più generazioni era apparsa la
norma.
Tesi 2 - CRISI CAPITALISTICA E "GLOBALIZZAZIONE"
Le tesi emergenti negli anni Novanta circa la nascita di "un nuovo
capitalismo" capace di superare le sue antiche contraddizioni, sono state
smentite dalla realtà. La crisi economica capitalistica ripropone più che mai
l'attualità della lettura marxista della "globalizzazione" fuori da
ogni "apologia" del capitale.
Negli anni Novanta -sullo sfondo del crollo dell'URSS, dell'arretramento
del movimento operaio, della prosperità economica USA, di una vasta innovazione
tecnologica- è venuta affermandosi una rappresentazione dominante della realtà
del mondo come "globalizzazione", spesso intendendo con questo
termine l'emergere di un "nuovo capitalismo", strutturalmente diverso
dal capitalismo "tradizionale" e per questo capace di superare le
proprie vecchie contraddizioni. Nella versione liberista il mito della
globalizzazione è stato impugnato come annuncio di una nuova era di prosperità.
Nella versione opposta di tanta parte del pensiero critico alternativo come
l'avvento di una nuova dominazione totalizzante. Nell'un caso come nell'altro
il nuovo capitalismo è stato presentato come l'alba di un nuovo regno e come
riprova del fallimento o dell'invecchiamento della lettura marxista.
Queste rappresentazioni ideologiche hanno per molti aspetti capovolto la
realtà delle cose: e la realtà ha finito col confutarle.
L'economia capitalistica internazionale vive da un quarto di secolo un'onda
lunga di crisi, segnata dall'esaurimento storico della spinta propulsiva del
secondo dopo-guerra e dal prevalere di una spinta alla stagnazione. La caduta
del saggio medio del profitto su scala mondiale ne rappresenta il riflesso.
A partire dall''89-'91, il crollo dell'URSS e i processi di restaurazione
capitalistica che si sono affermati nell'insieme dell'Est europeo, assieme alle
emergenti tendenze restaurazionistiche che si sono sviluppate in altri Paesi
non capitalistici (Cina) hanno configurato certamente un processo di
ricomposizione capitalistica dell'unità del mondo. Ma la riconquista compiuta o
tendenziale, di tanta parte del pianeta non ha significato il rilancio storico
dell'economia capitalistica. L'Est europeo, più che volano di un nuovo sviluppo
economico internazionale, rappresenta in larga misura una semicolonia del
sottosviluppo: la massiccia concentrazione di miseria sociale e il basso
livello di consumi che ne deriva rappresentano un freno all'espansione del
mercato capitalistico. Parallelamente la forte riduzione dei margini di manovra
dei Paesi dipendenti, conseguente al crollo dell'URSS, ha finito con
l'integrarli più direttamente nella stagnazione mondiale: così il sottoconsumo
del Terzo mondo sospinto dal calo o dal crollo delle materie prime ha
costituito un ulteriore fattore della stagnazione medesima. Complessivamente,
nonostante l'espansione del mercato capitalistico, il peso del commercio
internazionale nell'economia mondiale è analogo a quello del 1914. Così
nonostante i nuovi processi di decentramento internazionale della produzione,
le stesse multinazionali concentrano tuttora il grosso del proprio volume di
investimenti entro il perimetro degli Stati dominanti e dei propri mercati
regionali piuttosto che in un mondo indifferenziato. La globalizzazione
economica dunque ha investito essenzialmente non la produzione reale ma
l'economia finanziaria, dove ha realmente raggiunto un livello storicamente
nuovo: ma proprio l'espansione abnorme del parassitismo finanziario -che
conferma oltre le sue stesse previsioni, l'analisi di Lenin dell'imperialismo-
riflette la crisi del saggio medio di profitto nella produzione. Come
all'inizio del Novecento lungi dall'essere misura della prosperità
capitalistica, il parassitismo dei rentier è figlio della crisi di stagnazione
e concausa della stessa.
La forte concentrazione di innovazione tecnologica (rivoluzione
informatica) e la diffusione di nuove forme di organizzazione del lavoro (il
cosiddetto toyotismo) si collocano e si spiegano in questo contesto. Come in
altre epoche storiche (si pensi allo sviluppo del fordismo negli anni
Venti-Trenta), l'innovazione tecnologica intensa e le nuove sperimentazioni
nell'organizzazione produttiva non promanano dal benessere del capitalismo ma
dalla sua crisi: come tentativo di rilancio del saggio di profitto attraverso
l'incremento di produttività e la configurazione di nuovi mercati trainanti. Ma
contrariamente all'ottimismo borghese degli anni Novanta, la rivoluzione
informatica e le sue applicazioni tecnologiche, per quanto rilevanti non hanno
esercitato la forza di trascinamento economico che potevano avere, in un altro
contesto, le ferrovie del secolo scorso o l'automobile degli anni Cinquanta. Non
solo non hanno garantito l'uscita dalla stagnazione ma, oltre una certa soglia,
hanno concorso paradossalmente ad aggravarla: la crisi profonda della new
economy oggi nel cuore del capitalismo americano, è esattamente un'espressione
classica di sovrapproduzione i cui effetti recessivi più generali sono
direttamente proporzionali all'intensità dello sviluppo economico precedente
del settore. La teoria di un "nuovo capitalismo" capace di superare
il ciclo economico non poteva trovare smentita più clamorosa.
Tesi 3 - IMPERIALISMO
L'imperialismo è, oggi più che mai, il quadro dominante della realtà del
mondo. Le tesi del suo superamento in direzione di una globalizzazione
indistinta non trovano alcuna conferma nel mondo reale. Riattualizzare
l'analisi marxista dell'imperialismo oggi, nelle sue profonde contraddizioni e
sullo sfondo dell'attuale instabilità internazionale è condizione decisiva per
la comprensione delle tendenze storiche future.
Negli anni Novanta in significativi settori intellettuali della
"sinistra critica" e nella stessa Direzione nazionale del nostro
partito, è venuta emergendo la tesi del superamento della categoria stessa dell'imperialismo
in direzione della rappresentazione di un "impero" globale, omogeneo
ed uniforme, a esclusiva dominazione nord-americana, capace di dissolvere ruolo
e funzioni dei vecchi Stati nazionali. Da qui anche la rappresentazione
dell'Europa come semplice articolazione subalterna dell'Impero e la relativa
rivendicazione di una sua autonomia su base "sociale e democratica".
Questa concezione generale da un lato si basa su un'incomprensione profonda
della complessità del mondo contemporaneo; e dall'altro lato, negando il
carattere imperialistico dell'Europa, disorienta gravemente la stessa azione
politica dei comunisti.
Lungi dal ricomporre le contraddizioni intercapitalistiche, il crollo
dell'Urss dell'89-'91 le ha in qualche modo liberate, entro uno scenario
storico profondamente nuovo. I giganteschi processi di restaurazione
capitalistica nell'Est europeo e, in forma incompiuta, nella stessa Cina, i
nuovi rapporti di forza nei confronti dei Paesi dipendenti, la necessità di
ridefinire complessivamente equilibri geostrategici e zone di influenza, hanno
alimentato inevitabilmente una nuova competizione mondiale tra gli Stati
capitalistici dominanti. E i terreni della competizione stanno interamente
dentro il quadro storico dell'imperialismo: riguardano il controllo dei mercati
di sbocco, i settori di investimenti e di esportazione del capitale, il
controllo di materie prime e mano d'opera a basso costo, i livelli di
concentrazione monopolistica del capitale finanziario, il controllo
politico-militare delle aree strategiche.
La superiorità oggi dell'imperialismo USA è obiettivamente indiscutibile:
sia sul versante della concentrazione di capitale finanziario, sia sul versante
della forza militare, dove proprio il crollo dell'URSS ha rafforzato il
tradizionale primato americano e il suo impiego criminale nel mondo. Ma
l'Europa è tutt'altro che una semplice area dipendente. All'opposto, sia la
vasta restaurazione capitalistica nell'Est Europa e nei Balcani, sia il declino
non congiunturale del Giappone, hanno alimentato un vero e proprio sviluppo
dell'imperialismo europeo come polo economico concorrente con gli USA. La
stessa costruzione dell'Unione Europea a partire dal '92, lungi dal
rappresentare un puro fatto di ingegneria istituzionale "non democratica e
liberista", ha costituito e costituisce il tentativo strategico, non privo
di contraddizioni, di assicurare all'imperialismo europeo un quadro politico
unificante all'altezza delle sue nuove ambizioni. Il potente sviluppo dei
livelli di concentrazione monopolistica europea in settori strategici (banche,
assicurazioni, telecomunicazioni, industria militare…) che proprio il quadro di
Maastricht ha incoraggiato; l'egemonia economica europea (in particolare
tedesca e italiana) nella penisola balcanica e nell'Est Europa; le nuove
entrature dell'imperialismo europeo nei Paesi arabi e in Medio-Oriente (v. Irak
e Iran) e in larga parte dell'America Latina; il decollo di un militarismo
europeo con lo sviluppo del progetto della difesa comune descrivono, nel loro
insieme, un nuovo e più forte posizionamento europeo negli equilibri mondiali.
Il forte sviluppo dell'iniziativa bellica dell'imperialismo USA negli anni
Novanta (in Irak, nei Balcani, in Afghanistan) è stato ed è anche un tentativo
di riequilibrare con la propria egemonia militare l'ascesa economica europea e
di limitare il nuovo spazio di manovra della UE. Di converso la partecipazione
dei Paesi europei alle imprese militari a egemonia americana non ha
rappresentato un puro atto di "servilismo", ma la volontà di
partecipare alla conquista di bottini coloniali precostituendo le migliori
condizioni per il proprio interesse imperialistico nel momento della loro
spartizione. Anche l'unità d'azione dei Paesi imperialistici maschera dunque,
come sempre, la loro competizione. E i diversi Stati nazionali capitalistici,
lungi dall'essere assorbiti da un'indistinta globalizzazione, costituiscono lo
strumento decisivo -politico, diplomatico, militare ma anche economico- delle
diverse borghesie imperialistiche concorrenti.
Peraltro proprio il quadro delle nuove contraddizioni intercapitalistiche
sospinge l'emergere di nuove potenze regionali o di nuove ambizioni. L'imperialismo
britannico lavora a utilizzare le contraddizioni tra USA e UE ponendosi come
crocevia delle relazioni diplomatico-militari tra i due poli ai fini del
proprio rafforzamento. La Russia borghese di Putin entra nel varco aperto dalla
competizione tra USA ed UE per rilanciare un proprio spazio strategico
internazionale. La burocrazia cinese a sua volta mira a capitalizzare il
declino del Giappone per investire la propria eccezionale potenza economica in
un disegno di egemonia su larga parte dell'Asia: entro un progetto di
restaurazione capitalistica interna che, ancora incompiuto, pone incognite
serie sulla futura stabilità sociale e politica di quel Paese.
In definitiva l'intero quadro internazionale capitalistico porta il segno
dominante non dell'omogenea uniformità "unipolare", ma di una
crescente instabilità potenziale.
Tesi 4 - GUERRA
La ripresa della guerra e delle guerre negli anni Novanta ha caratteri e
finalità imperialistiche. Non riflette un generico "fondamentalismo del
mercato globale" contrapposto al "fondamentalismo del terrore". Riflette
il grande rilancio delle politiche coloniali del capitalismo, liberate dal
crollo dell'URSS, sospinte dalla crisi economica internazionale, alimentate
dalle stesse contraddizioni tra i diversi blocchi capitalistici. Oggi la guerra
contro l'Afghanistan rientra pienamente in questo quadro. Per questo la lotta
contro la guerra e "per la pace", va assunta dai comunisti come lotta
di massa anticapitalistica oltre un puro orizzonte pacifista. Senza alcun
avallo al ruolo filo-imperialistico dell'ONU e senza riconoscere all'imperialismo
alcun "diritto di polizia internazionale".
Dopo il crollo dell'URSS, il ricorso alla guerra ha costituito uno
strumento centrale di definizione del nuovo ordine imperialistico del mondo. La
guerra all'Irak, alla Serbia, all'Afghanistan riflettono ad un tempo la nuova
potenza dell'imperialismo e la nuova instabilità del mondo: entro una relazione
contraddittoria in cui il dispiegamento della forza più criminale
dell'imperialismo è anche la risposta alla sua crisi di egemonia, alla
difficoltà di riorganizzare sotto il proprio controllo un assetto stabile dei
nuovi equilibri mondiali.
I fatti d'America dell'11 settembre e i successivi sviluppi si collocano in
questo quadro generale: e vanno analizzati col metodo marxista, non con le
categorie dell'impressionismo o del pacifismo astratto.
L'atto terroristico di New York e più in generale il terrorismo
panislamista non riflettono semplicemente un principio ideologico ("il
fondamentalismo del terrore"): rappresentano una risposta distorta e
inaccettabile alla barbarie capitalistica, in particolare alla oppressione
criminale dei popoli del Medio-Oriente, a partire dalla nazione araba e dal
popolo palestinese. Una barbarie la cui portata e i cui crimini a tutte le
latitudini del mondo sono infinitamente più grandi del peggiore atto
terroristico. Il fondamentalismo islamico è da sempre storicamente un
avversario delle aspirazioni sociali e democratiche dei popoli oppressi e della
nazione araba. Per questo, nel contesto dell'ordine mondiale del dopo-guerra,
esso è stato ripetutamente sostenuto dalle potenze coloniali contro i movimenti
di liberazione e le tendenze laico-democratiche dei Paesi dipendenti. Dopo il
crollo dell'URSS il fondamentalismo islamico ha perso la propria funzionalità
filo-occidentale e si è trasformato in un fattore obiettivo di
destabilizzazione. Parallelamente la crescente disperazione sociale e politica
di larghi settori di masse oppresse, unita alla più organica subalternità
all'imperialismo dei regimi borghesi arabi, ha purtroppo trasformato di fatto
il fondamentalismo nel canale distorto di una pressione diffusa di rivolta.
La reazione militare degli Stati dominanti ai fatti dell'11 settembre ha
qui la propria radice. Come nel '91 contro l'Irak, come nel '98 contro la
Serbia, la guerra contro l'Afghanistan non riflette un astratto
"fondamentalismo del mercato" e una "risposta sbagliata" al
terrorismo. Rappresenta invece la volontà di riaffermare il controllo
imperialistico sul mondo contro ogni fattore possibile di ingovernabilità. Da
qui il tentativo di utilizzare l'atto terroristico dell'11 settembre e le sue
enormi ricadute emotive come occasione di rilancio degli interessi
imperialistici in aree strategiche del pianeta.
Molteplici sono le finalità concrete dell'operazione:
a) consolidare ed estendere il controllo diretto su Medio-Oriente ed Asia
centrale, zona cruciale per gli equilibri internazionali;
b) intimidire i movimenti di liberazione dei Paesi dipendenti;
c) colpire il movimento operaio internazionale, compreso quello
occidentale, cogliendo il pretesto della guerra per operare massicce
ristrutturazioni (con licenziamenti di massa), attaccare diritti sociali e
cercare di disperdere la ripresa internazionale dei movimenti di lotta;
d) combattere la recessione economica con il rilancio delle spese militari.
Entro questo quadro di finalità comuni imperialistiche (sostenute per
interesse proprio dalla Russia borghese e dalla burocrazia cinese) si conferma
il quadro mobile delle contraddizioni internazionali: tra l'imperialismo
americano e l'imperialismo europeo; tra l'imperialismo britannico e l'Europa
continentale; tra l'area di testa dell'imperialismo europeo (Germania, Francia
e Inghilterra) e l'imperialismo italiano; tra la nuova Russia di Putin e gli
interessi contraddittori di USA ed Europa; tra le mire nuove della Cina e
l'espansione imperialistica in Asia centrale. Ciò che ancora una volta
configura non un quadro pacificato di globalizzazione unipolare ma,
all'opposto, la nuova instabilità mondiale e il peso in essa degli interessi
statuali nazionali e/o di area.
In questo quadro generale il PRC deve ridefinire la propria impostazione
politica di fronte alla guerra. Importante e preziosa è stata ed è
l'opposizione del nostro partito all'intervento militare in Serbia ed oggi in
Afghanistan. Ma va superato l'approccio pacifista in direzione di una chiara
battaglia antimperialistica. L'appello all'ONU, al "diritto
internazionale", all'intervento alternativo di "polizia
internazionale" sono stati e sono profondamente errati. L'ONU ha sostenuto
e coperto lungo tutto l'arco degli anni Novanta le peggiori piraterie
dell'imperialismo sino a promuovere l'odioso embargo genocida anti-irakeno. Esso
non rappresenta né può rappresentare, neppure in forma distorta, la cosiddetta
sovranità internazionale. In una società di classe e tanto più nell'epoca
dell'imperialismo non è mai esistito e non potrà esistere un diritto
internazionale neutro, al di sopra delle classi e degli Stati. Il diritto
internazionale è solo la copertura giuridica degli interessi degli Stati
dominanti. E l'unico diritto che gli Stati dominanti esercitano e rivendicano è
il diritto a piegare col terrore ogni forma di resistenza al proprio dominio
sul mondo.
Per questo i comunisti devono sviluppare la lotta contro la guerra come
lotta di classe anticapitalistica ed antimperialistica al fianco dei popoli
oppressi aggrediti. Non vi è alcuna "polizia internazionale" da
rivendicare "contro il terrorismo"; l'unica polizia internazionale da
invocare contro la barbarie del capitalismo è la prospettiva rivoluzionaria
internazionale delle masse oppresse. Che è l'unica vera risposta alternativa al
fondamentalismo terrorista.
Tesi 5 - UTOPIA DEL RIFORMISMO
L'idea della riforma sociale e umanitaria del capitalismo, da sempre
fallita, è oggi più utopica che mai. L'idea di "governi riformatori"
che in Italia, in Europa, nel mondo possano operare una riforma antiliberista
in ambito capitalistico, costituisce oggi più che mai non solo un'illusione ma
una trappola per le classi subalterne e i movimenti. Il sostegno che il PRC ha
dato all'esperienza di governo francese della "gauche plurielle" ha
costituito un errore profondo. Proprio la svolta storica del nostro tempo
ripropone l'attualità di una rottura strategica col riformismo come fondamento
decisivo di una rifondazione comunista rivoluzionaria.
L'attuale quadro internazionale conferma più che mai l'esaurimento di uno
spazio storico riformistico.
Già l'esperienza storica di due secoli avvalora la posizione originaria di
Marx e del marxismo rivoluzionario contro ogni illusione riformistica e
"governativa". E smentisce nella maniera più radicale la svolta
strategica impressa dallo stalinismo al movimento comunista internazionale a
partire dalla metà degli anni Trenta attorno alla prospettiva dei cosiddetti
"governi riformatori" o di "democrazia progressiva". Quand'anche
consentiti da condizioni eccezionali di prosperità economica e da grandi
movimenti di massa, i governi riformatori sono stati sempre, senza eccezione,
avversarsi dei lavoratori: le stesse concessioni riformatrici, talora strappate
dalla pressione di massa, sono state elargite in funzione del contenimento
delle spinte più radicali dei movimenti e della conservazione della società
borghese. Proprio per questo lungi dal rappresentare una fase della transizione
al socialismo, i governi riformatori hanno spesso spianato la strada a svolte
reazionarie o a profondi arretramenti del movimento operaio. Così è stato per i
governi riformatori di fine '800, primo '900 (giolittismo); così è stato per i
governi riformatori di "fronte popolare" negli anni 30 (v. Francia e
Spagna). Così è stato per i governi riformatori in Europa nei primi anni 70 (v.
Portogallo).
Ma tanto più oggi l'illusione governista è smentita alla radice
dall'assenza di uno spazio storico riformistico. La crisi capitalistica e il
crollo dell'URSS, nella loro combinazione, hanno eroso i presupposti materiali
delle concessioni riformatrici in Occidente quali erano maturate nel secondo
dopoguerra. Ovunque le classi dominanti lavorano a riprendersi con gli
interessi quanto in precedenza avevano concesso. Ovunque i governi borghesi -
siano essi di centrodestra, di centrosinistra o socialdemocratici - gestiscono
le medesime politiche antipopolari, di restrizioni e sacrifici per le grandi
masse. Ovunque, anche se in forme e con intensità diverse, i vecchi partiti
riformisti del movimento operaio assumono culture e pose liberali in rottura
con la propria stessa tradizione. Ovunque l'eventuale presenza al governo di
"partiti comunisti" non solo non muta per nulla l'indirizzo
strategico del governo ma corresponsabilizza quegli stessi partiti a pesanti
politiche controriformistiche esponendoli al logoramento dei loro rapporti di
massa.
In particolare va riconosciuto onestamente, in questo quadro, il profondo
errore compiuto dal nostro partito nel sostegno all'esperienza del governo
Jospin in Francia.
L'analisi proposta dal IV Congresso del PRC a sostegno della "anomalia
francese" è stata smentita dai fatti. Come sono state smentiti l'elogio
della legge francese sulle 35 ore e più in generale le ripetute esaltazioni del
governo Jospin sul nostro quotidiano di partito ("Svolta a sinistra in
Francia", "Un socialista in Europa"…). In realtà il governo
Jospin ha gestito e gestisce gli interessi organici dell'imperialismo francese
sia sul piano interno (con il record di privatizzazioni e una politica di
flessibilità a favore del padronato) sia sul piano della politica estera (con
l'attiva gestione degli interventi di guerra nei Balcani e in Afghanistan). Lungi
dal rappresentare un'alternativa antiliberista, esso rappresenta un governo
controriformatore, basato su un liberismo temperato: ciò che spiega sia la
crescita della contestazione sociale delle politiche del governo, sia la crisi
drammatica del PCF che sostiene criticamente quelle politiche. L'aver assunto a
riferimento la sinistra plurale francese è stato tanto più paradossale a fronte
del fatto che l'unica sinistra che oggi cresce in Europa è quell'estrema
sinistra francese che si oppone al governo della sinistra plurale.
Pertanto proprio la profondità della crisi capitalistica e la svolta
storica del nostro tempo ripropone l'attualità di una rottura strategica col
riformismo come fondamento decisivo di una vera rifondazione comunista. Non
solo come recupero della posizione originaria del marxismo e di rottura reale
con la tradizione staliniana. Ma come risposta necessaria oggi alla barbarie
del capitalismo, alla regressione di civiltà che la sua crisi trascina.
Tesi 6 - ATTUALITA' DEL SOCIALISMO
Il rilancio internazionale di una prospettiva socialista e rivoluzionaria,
nella sua complessità, è il tema centrale, sinora rimosso, dalla rifondazione. "Un
altro mondo è possibile": non come riforma del capitale ma come
alternativa di sistema, come socialismo. Esso non risponde ad una petizione
"ideologica", né riguarda solamente l'identità dei comunisti:
risponde invece all'interesse generale delle classi subalterne, dei popoli
oppressi, della larga maggioranza dell'umanità.
La crisi congiunta di capitalismo e riformismo rilancia l'attualità storica
della prospettiva socialista come unica via d'uscita dalla crisi dell'umanità.
Nel quadro della crisi capitalistica e del dominio dell'imperialismo, tutte
le questioni decisive che attengono alla condizione del genere umano e al suo
futuro, non solo non possono trovare soluzione, ma sono destinate ad
aggravarsi. Di converso tutte le esigenze e domande di emancipazione e liberazione
cozzano sempre più entro la morsa della crisi con la proprietà borghese e la
natura borghese dello Stato.
Le domande sociali più elementari (difesa dei salari, salvaguardia o
conquista del lavoro, difesa delle protezioni sociali) si scontrano ovunque,
quotidianamente, con gli opposti imperativi del profitto e della competizione
globale.
Le rivendicazioni nazionali dei popoli oppressi, a partire dal popolo
palestinese, confliggono sempre più, tanto più dopo il crollo dell'URSS, col
monopolio del controllo imperialistico sul mondo e col più stretto allineamento
ad esso delle stesse borghesie nazionali dei Paesi dipendenti.
Le rivendicazioni ambientaliste sono frustrate dalla crescente
assimilazione della natura al mercato capitalistico e dallo spietato
abbattimento dei costi indotto dalla crisi.
Le rivendicazioni di pace e antimilitariste confliggono più che mai coi
venti di guerra del capitale, con le nuove rincorse coloniali, con il
keynesismo militare degli Stati imperialisti.
Le stesse domande democratiche cozzano con le restrizioni delle libertà, le
nuove spinte xenofobe, l'involuzione del diritto trascinati dalla crisi sociale
e dalle intossicazioni belliciste.
Su ogni terreno e da ogni versante tutte le petizioni di progresso
richiamano oggi obiettivamente un nuovo ordine del mondo, una nuova
organizzazione della società umana, liberata dal capitalismo e dalle sue
compatibilità. Non si tratta di chiedere al capitale di essere sociale,
democratico, ambientalista e pacifico. Si tratta di impugnare ogni
rivendicazione di classe, democratica, ambientalista, di pace, contro il
capitale per il suo rovesciamento.
"Un altro mondo è possibile". Non come riforma del capitale, del
tutto utopica e impossibile invece. Ma come socialismo: come abolizione della
proprietà capitalistica; come acquisizione alla proprietà sociale dei mezzi di
produzione, di comunicazione e di scambio; come organizzazione di una economia
mondiale democraticamente pianificata in cui lo stesso modello di sviluppo
possa essere ridefinito in base al primato della qualità della vita, dei
bisogni sociali, della relazione con l'ambiente e tra i popoli. Nulla è più
irrazionale di un sistema economico in cui la crescita della povertà
(recessione e disoccupazione) viene determinata da un eccesso di ricchezza
prodotta (sovrapproduzione). Nulla è più ipocrita di una celebrata
"democrazia" internazionale in cui un pugno di duecento colossi
multinazionali in lotta per il controllo dell'economia del mondo concentra
nelle proprie mani un potere incontrollato e incontrollabile. Solo una
rivoluzione socialista può cancellare queste autentiche mostruosità.
Lo stesso sviluppo impetuoso della scienza e della tecnica (nel campo
dell'informatica, della biotecnologia…) pone più che mai l'esigenza di un nuovo
ordine sociale mondiale. Asservite alla proprietà privata e agli imperativi del
profitto, le innovazioni tecnologiche e scientifiche, fonte potenziale di nuovi
orizzonti di progresso, si tramutano paradossalmente in strumenti di nuova
subordinazione e di nuovo colonialismo (v. i brevetti).
Peraltro lo stesso indirizzo della ricerca scientifica e tecnologica, le
sue strutture di gestione e finanziamento sono sempre più incorporati al
capitale finanziario e ai consigli d'amministrazione delle grandi imprese, e
quindi subordinati alle leggi capitalistiche. Solo un'economia democraticamente
pianificata può dunque segnare una svolta storica nel rapporto tra l'umanità e
la scienza. Solo abolendo la proprietà privata, solo affermando il controllo
sociale di produttori e consumatori su "cosa, come, per chi
produrre", in ogni Paese e su scala mondiale, sarà possibile liberare le
straordinarie potenzialità della scienza per la vita della specie.
In definitiva il superamento della proprietà privata e del mercato - cioè
l'essenziale del programma del Manifesto di Marx ed Engels - resta
inevitabilmente un punto centrale della prospettiva comunista.
Certo: il recupero di questo programma generale non esaurisce, ovviamente,
la rifondazione comunista. Il programma marxista va infatti continuamente
sviluppato, arricchito sulla base dei mutamenti storici prodottisi e delle
grandi esperienze del movimento operaio di questo secolo. Ma proprio
l'aggiornamento del programma presuppone prima di tutto il suo recupero e il
suo riscatto dalle profonde distorsioni di cui è stato oggetto.
Tesi 7 - IL NODO DEL POTERE
Un'economia democraticamente pianificata presuppone e richiede la conquista
del potere politico da parte delle classi subalterne. Rimuovere la questione
del potere, aggirare la questione della sua conquista e della rottura
rivoluzionaria dello Stato borghese, significa rimuovere, al di là delle
parole, la prospettiva socialista e l'idea stessa di rivoluzione. In questo
senso il PRC è chiamato a superare il richiamo gandhiano alla "non
violenza" come proprio riferimento culturale.
Nell'ultimo decennio diverse tendenze politico-culturali
"neoriformistiche" hanno teso a teorizzare il superamento degli Stati
nazionali e del loro potere come corollario del "nuovo capitalismo". Ne
è scaturita l'esplicita cancellazione del tema stesso del potere politico e
della sua conquista (v. Revelli), in nome del recupero più o meno aggiornato di
antiche suggestioni "cooperativistiche", quale leva di "un'altra
società possibile". In realtà queste teorie non solo non sviluppano il
marxismo ma regrediscono a un premarxismo ingenuo, talora subalterno nelle
traduzioni pratiche alle stesse politiche liberiste (v. il ruolo del Terzo
settore come frequente surrogato del servizio pubblico e luogo di
concentrazione di manodopera flessibile).
Invece natura e crisi del capitalismo contemporaneo e dell'imperialismo
ripropongono più che mai il tema dello Stato e del potere come nodo strategico
decisivo. Contro l'ipocrisia ideologica del liberismo, gli Stati nazionali e i
governi borghesi che li gestiscono sono e restano un supporto decisivo del
profitto: sia nella promozione attiva delle politiche di flessibilità,
privatizzazione, compressione salariale e di spesa sociale; sia nell'espansione
abnorme del sostegno finanziario diretto al capitale in crisi come si evince
oggi sempre più scopertamente dal nuovo corso della politica economica
americana. Ma soprattutto la ripresa del militarismo e le politiche di
restrizioni antidemocratiche e di repressione diretta sul versante interno
dell'ordine pubblico -connesse alla crisi di consenso sociale- ripropongono
oggi più che mai il cuore autentico e profondo della natura dello Stato
borghese: quello di "un corpo d'uomini in armi" (Engels) detentore
del monopolio della violenza: contro i popoli oppressi del mondo e contro le
classi subalterne nelle stesse metropoli imperialistiche. L'esperienza della
repressione di Genova ne è un manifesto vissuto. Come lo sono le politiche di
terrore dispiegate dall'imperialismo, in tempi di guerra come "di
pace".
Nessun nuovo ordine sociale, nessun socialismo, potrà affermarsi all'ombra
dell'apparato dominante dello Stato borghese. Né è pensabile che quell'apparato
possa essere strumento delle classi subalterne nella transizione ad una società
di liberi e di eguali. Al contrario la rottura dell'apparato statale e il suo
rovesciamento rappresentano la condizione necessaria di un processo di
liberazione sociale. In questo senso la rottura dell'apparato statale borghese
è il principio fondante della concezione stessa della rivoluzione. E viceversa
l'evocazione della categoria della rivoluzione fuori dal richiamo strategico
alla rottura rivoluzionaria con lo Stato si riduce ad una "frase
scarlatta" priva di ogni contenuto reale.
Il PRC è dunque chiamato a superare il richiamo gandhiano alla "non
violenza" come principio culturale di riferimento. In primo luogo questo
riferimento, coerentemente assunto, costituirebbe un atto di rottura con la
storia stessa della lotta di classe come leva universale del progresso: ed in
particolare con due secoli di lotta del movimento operaio e dei popoli oppressi
contro il capitalismo e l'imperialismo. L'esercizio della forza delle classi
subalterne ha costituito e costituisce nella storia del mondo un ricorso spesso
insostituibile per difendere o conquistare libertà democratiche elementari,
diritti sindacali, conquiste sociali, autodeterminazioni nazionali. Equiparare
la violenza delle classi dominanti e la violenza delle classi subalterne in
nome di un indistinto rifiuto della "violenza" in generale,
significherebbe attestarsi su un pacifismo metafisico. Ma soprattutto la
metafisica della "non violenza" costituisce un fattore di rottura con
la prospettiva stessa della rivoluzione. L'apparato dello Stato borghese si è
sempre contrapposto e si contrapporrà sempre con tutti i mezzi disponibili,
alla prospettiva di emancipazione delle classi subalterne. E questo tanto più
nell'epoca dell'imperialismo, del rilancio del militarismo, del diffuso
rafforzamento delle tendenze repressive (v. Genova). Per questo il problema
della forza resta inscritto, in tutta la sua complessità, nell'orizzonte
strategico della rivoluzione. Pensare di eluderlo attraverso il richiamo
filosofico alla "non violenza" significherebbe riproporre vecchie
illusioni riformistiche che grandi masse e i comunisti stessi hanno già pagato
a caro prezzo: come nel Cile del 1973. Forte naturalmente è la denuncia delle
teorie e pratiche del terrorismo, così come, su un piano diverso, di culture e
pratiche violentiste di tipo nichilistico-distruttivo (Black Block). Ma questa
denuncia va mossa non da un'angolazione pacifista, tantomeno da
un'identificazione nello Stato o nella sua azione repressiva, bensì da
un'angolazione rivoluzionaria: da una politica protesa a costruire nelle lotte
di classe la consapevolezza profonda della necessità strategica della
rivoluzione come processo di massa, e proprio per questo irriducibilmente
avversa a forme d'azione che invece rafforzano lo Stato, danneggiano i
movimenti, distorcono l'identità stessa della prospettiva rivoluzionaria nella
percezione della maggioranza dei lavoratori e dei giovani.
Tesi 8 - RIVOLUZIONE D'OTTOBRE E DEGENERAZIONE BUROCRATICA
Il recupero del programma della rivoluzione d'Ottobre è condizione decisiva
della rifondazione. Ciò che è fallito nell'URSS non è la pianificazione
economica dello Stato ma la gestione burocratica dell'economia pianificata. Ciò
che è fallito nell'URSS non è il potere dei lavoratori ma la casta burocratica
che l'ha distrutto.
La rifondazione comunista deve recuperare a pieno il programma originario
della Rivoluzione d'Ottobre.
Ciò che è fallito nell'URSS non è la pianificazione economica di Stato al
posto del mercato capitalistico. Al contrario l'esproprio della borghesia e la
concentrazione nelle mani dello Stato delle leve della produzione ha garantito
a quelle popolazioni grandi conquiste sociali, non a caso oggi nel mirino della
restaurazione capitalistica. La insospettabile Banca Mondiale oggi dichiara:
"La pianificazione ha dato risultati impressionanti: crescita della
produzione, industrializzazione, educazione di base, cure sanitarie, abitazione
e lavoro per l'intera popolazione… Nel sistema a pianificazione i Paesi del
COMECON erano società con alto livello di educazione… Anche in Cina i livelli
dei risultati educativi erano, e sono ancora, eccezionali se comparati con i
Paesi in via di sviluppo… In URSS e nei Paesi del COMECON le aziende erano
spinte ad impiegare il massimo di persone possibile, e perciò era molto più
comune avere scarsità di mano d'opera che disoccupazione…"
Ciò che è fallita è la gestione burocratica dell'economia pianificata, che
ha espropriato progressivamente i lavoratori e i loro organismi democratici di
ogni funzione di gestione e controllo, a tutto vantaggio di uno strato sociale
privilegiato e parassitario. Uno strato sociale che ha concluso la sua parabola
storica trasformandosi in agente della restaurazione capitalistica e, quindi,
in una nuova classe borghese sfruttatrice. Un processo che ha confermato la
validità dell'analisi marxista sulla degenerazione dell'URSS così sintetizzata
da Trotsky nel 1938: "Il pronostico politico ha un carattere alternativo:
o la burocrazia, diventando sempre di più l'organo della borghesia mondiale
nello Stato operaio, distrugge le nuove forme di proprietà e respinge il Paese
nel capitalismo, o la classe operaia schiaccia la burocrazia e si apre una via
verso il socialismo." (Programma di transizione).
E ancora: ciò che è fallito in URSS non è la conquista del potere politico,
la rottura della macchina statale borghese, il potere dei soviet. Ed anzi il
superamento rivoluzionario della falsa democrazia borghese e la costruzione di
una democrazia nuova e superiore ha rappresentato non solo un'esperienza
storica straordinaria ma anche un riferimento decisivo, teorico e pratico, per
la stessa nascita del movimento comunista di questo secolo. Ciò che è fallito
al contrario, è il potere di una burocrazia che ha via via smantellato la
democrazia dei soviet e del partito, trasformando la dittatura del proletariato
nella dittatura della burocrazia sul proletariato. I suoi crimini efferati
contro lavoratori e comunisti, nell'URSS e nel movimento comunista
internazionale, non hanno rappresentato una astratta patologia del
"potere" in quanto tale: ma un mezzo brutale di difesa del privilegio
burocratico contro il programma originario della rivoluzione d'Ottobre. Per
questo rimuovere la categoria stessa della conquista rivoluzionaria del potere
politico nel nome della "rottura con lo stalinismo" significherebbe
paradossalmente celebrarne, di fatto, la vittoria postuma.
Occorre invece trarre le lezioni dall'esperienza dell'URSS, rilanciando il
programma fondamentale di Lenin e Trotsky e, in Italia, di Gramsci: quello che
combina l'abolizione della proprietà borghese con la costruzione di un nuovo
potere, della democrazia dei consigli. Una democrazia che ridefinisce natura e
soggetto del potere, supera la scissione tra masse e istituzioni, abolisce i
privilegi dei rappresentanti eletti, sancisce la revocabilità permanente di
questi ultimi. Una democrazia che supera e rimuove quella rete di poteri legali
e illegali, palesi e occulti, che restano il cuore di ogni democrazia borghese
come strumento di intimidazione permanente contro i lavoratori. Una democrazia,
infine, che è superiore proprio perché supera e rimuove la separatezza
burocratica dello Stato borghese e perché coniuga il rispetto del pluralismo
politico con il carattere pubblico della proprietà.
In definitiva, dal fallimento dello stalinismo occorre uscire non in
direzione di un "socialismo di sinistra" riformistico-pacifista, ma
nella direzione opposta della rifondazione comunista rivoluzionaria.
Tesi 9 - CENTRALITA' STRATEGICA DELLA CLASSE OPERAIA
La classe operaia e il mondo del lavoro, nella sua nuova composizione ed
estensione, rappresenta il soggetto centrale di una prospettiva socialista. La
crisi di egemonia del liberismo e l'affacciarsi di una giovane generazione di
lavoratori segnano l'attuale disgelo delle lotte, che conferma e rilancia le
grandi potenzialità del movimento operaio. A sua volta la classe lavoratrice
potrà assolvere il ruolo storico di "classe generale" solo
ricomponendo su un terreno anticapitalistico l'insieme delle domande di
emancipazione e liberazione.
Nell'ultimo decennio in particolare, più in generale negli ultimi
vent'anni, sullo sfondo dell'avanzata capitalistica i circoli dominanti
internazionali hanno dispiegato una vasta offensiva politico-culturale tesa ad
affermare la crisi strutturale o la "scomparsa" della classe operaia.
Non solo la socialdemocrazia internazionale, ma vasti settori politici e
intellettuali della stessa "sinistra critica" hanno accolto e riproposto,
in forme diverse, questa leggenda. Lo stesso nostro partito, che pur ha
respinto giustamente le conclusioni ultime di quella impostazione non ha
sviluppato contro di essa una controffensiva adeguata.
La realtà mondiale smentisce radicalmente la propaganda dominante. Lungi
dal registrare la scomparsa o il ridimensionamento della classe lavoratrice, lo
scenario mondiale è segnato da un vasto processo di proletarizzazione che
accresce complessivamente la massa sociale del lavoro dipendente modificando al
tempo stesso la sua composizione. Nei paesi imperialistici la riduzione del
livello di concentrazione della classe operaia industriale, colpita da una
vasta offensiva capitalistica, si combina con processi di proletarizzazione di
vasti settori impiegatizi nel campo dell'istruzione, dei servizi, dei
trasporti, delle assicurazioni e del credito, delle comunicazioni, e con una
integrazione nel lavoro salariato, nella forma particolarmente oppressiva del
precariato, di settori crescenti di giovani disoccupati. Gli stessi rapporti di
lavoro para-subordinato formalmente autonomo sono di fatto espressioni di
lavoro salariato. Nei paesi dipendenti lo stesso processo internazionale di
decentramento produttivo determina una massiccia concentrazione di classe
operaia industriale, spesso sottoposta ai più classici meccanismi di
sfruttamento taylorista. Complessivamente dunque la stessa classe operaia
dell'industria conosce sul piano mondiale un'indubbia estensione.
Ugualmente infondata è la teoria della crisi di ruolo della classe operaia
e della marginalizzazione della lotta di classe. La contraddizione tra capitale
e lavoro permea come non mai tutti gli ambiti della società capitalistica
contemporanea. Da un lato la crisi capitalistica spinge le classi dominanti ad
una continuità della propria offensiva centrale contro il lavoro, al di là di
ogni variazione del ciclo economico congiunturale. Dall'altro lato il mondo del
lavoro, che pur ha subito ripetute sconfitte e un arretramento profondo negli
anni 80 e 90, conserva un gigantesco potenziale di lotta: nessuna delle
principali sconfitte subite negli ultimi vent'anni è stata determinata di per
sé dalla cosiddetta "crisi strutturale della classe lavoratrice"
bensì dalle responsabilità politiche e sindacali delle sue burocrazie
dirigenti. Certo ogni volta la sconfitta subita, con l'arretramento sociale e
gli effetti di demoralizzazione che ne conseguivano, si rifletteva sui rapporti
di forza e spesso indirettamente sulla composizione sociale proletaria. Ma non
era quest'ultima a determinarla, semmai ne era in larga parte determinata. La
lotta di classe, entro la contraddizione tra capitale e lavoro, resta dunque
più che mai l'asse centrale di formazione, scomposizione, ricomposizione dei
blocchi sociali e dei rapporti di forza in ogni paese capitalistico e su scala
internazionale.
Peraltro contro ogni profezia disfattista (v. Marco Revelli), la tendenza
alla ripresa del movimento di classe segna oggi, in forme diverse, larga parte
del quadro mondiale. Già negli anni 90, pur in un contesto complessivamente
negativo, le mobilitazioni operaie sviluppatesi nell'Europa capitalista (Italia
'94 e Francia '95) e in Asia (Corea '95) indicavano le potenzialità dell'azione
sociale concentrata e di massa del movimento operaio, smentendo radicalmente le
tesi sociologiche di tanta parte della letteratura "postfordista". Oggi
l'affacciarsi di una nuova generazione operaia su scala internazionale si
accompagna ad una ripresa più visibile e diffusa delle lotte dei lavoratori. Il
"disgelo" è un fenomeno mondiale ed ha una base materiale profonda:
la crescente crisi di egemonia delle politiche liberiste, dopo vent'anni,
presso la maggioranza della popolazione mondiale. Le classi dominanti hanno
accresciuto per vent'anni il proprio potere sui lavoratori e il proprio dominio
nella società: ma a scapito del consenso sociale. Il loro potere è aumentato,
la loro egemonia si è ridotta. Ed oggi la crisi di egemonia della borghesia
internazionale alimenta una nuova reazione di lotta che trova nei giovani
lavoratori la propria leva naturale. Milioni di giovani lavoratori e
lavoratrici non si rassegnano più ad un futuro peggiore di quello dei loro
padri. Ed il capitale in crisi non ha nulla da offrire loro se non un
peggioramento ulteriore delle condizioni di lavoro e di vita. Questa
contraddizione segnerà nel profondo tutta la prossima fase storica. Il rilancio
e l'estensione delle mobilitazioni di classe, al di là delle imprevedibili
dinamiche contingenti e dei possibili riflussi temporanei, tenderà a pervadere
lo scenario internazionale.
Il rilancio di una prospettiva socialista e rivoluzionaria può e deve
trovare la propria radice centrale in questa ripresa del movimento operaio
internazionale, quale soggetto centrale dell'alternativa anticapitalistica.
Ciò non significa né deve significare un ripiegamento
"operaistico-sindacalistico". Il movimento operaio internazionale
potrà configurarsi come leva centrale di un'alternativa rivoluzionaria alla
condizione di non limitarsi ad una pura azione sindacale o di fabbrica: ma
ricomponendo su un terreno anticapitalistico e di classe l'insieme delle
domande di emancipazione e liberazione, l'insieme dei soggetti portatori di
tale domande su scala mondiale.
Sotto questo profilo le cosiddette teorie del "policentrismo"
(abbracciate dallo stesso PRC), che assimilano la contraddizione tra capitale e
lavoro all'insieme indistinto delle altre contraddizioni (ambientali, di pace,
di genere…), capovolgono il nodo strategico reale. Non si tratta di accostare
alla "cultura di classe" la "cultura ambientale", la
"cultura di genere", la "cultura di pace" spesso assunte
nella loro espressione ideologica neoriformistica. Si tratta, all'opposto, di
sviluppare l'egemonia anticapitalistica e di classe sul terreno dell'ambiente,
della pace, della liberazione della donna, entro un processo di ricomposizione
unificante per l'alternativa di sistema.
Tesi 10 - MOVIMENTO ANTIGLOBALIZZAZIONE
L'affacciarsi di una giovane generazione sul terreno della lotta (movimento
antiglobalizzazione), ripropone tanto più oggi l'attualità del rilancio di una
prospettiva storica rivoluzionaria. La conquista della giovane generazione alla
prospettiva socialista è un compito difficile ma decisivo della Rifondazione.
La nascita e lo sviluppo del movimento antiglobalizzazione su scala
mondiale non è separato dalla ripresa della lotta di classe. Riflette la stessa
crisi di egemonia del liberismo che alimenta la ripresa delle lotte sociali. Così
come riflette quello stesso risveglio di ampi settori di giovani, che segna la
svolta nella mobilitazione dei lavoratori. La stessa composizione sociale del
movimento è spesso segnata da un'ampia presenza di giovani precari.
Ma l'importanza del movimento antiglobalizzazione non è data solo dal
sintomo che riflette, ma dalle conseguenze che produce. Le mobilitazioni
massicce contro i vertici capitalistici internazionali, lungo l'itinerario di
Seattle, Praga, Nizza, Genova, hanno mostrato con grande potenza simbolica alle
classi subalterne del mondo intero che le politiche dominanti possono essere
contestate, che una massa crescente di giovani ne fa oggetto di una aperto
rifiuto. Questo fatto ha favorito un consenso largo e diffuso attorno alle
ragioni del movimento, un salto netto della sensibilità critica antiliberista
di ampi settori di massa; un incoraggiamento obiettivo alla stessa ripresa di
lotta della classe operaia in molti paesi. Peraltro in diversi Paesi, le
mobilitazioni antiglobalizzazione hanno visto, in forme diverse, la
partecipazione diretta di settori di classe e di loro organizzazioni sindacali
e/o politiche. Più in generale il movimento antiglobalizzazione ha
capitalizzato e incanalato in un quadro largo tutte le istanze di contestazione
dell'attuale ordine del mondo (sociali, democratiche, ambientali, di pace) da
un lato riflettendo, dall'altro incentivando un mutamento diffuso della
percezione pubblica del capitalismo. Le potenzialità anticapitaliste di questo
movimento, per quanto latenti, sono dunque di grande rilevanza.
Tuttavia limitarsi alla lode del movimento antiglobalizzazione o
addirittura promuovere un culto della sua spontaneità, come di fatto fa oggi il
nostro partito, costituisce un errore profondo. Decisiva infatti è e sarà la
direzione di marcia del movimento, in ordine agli orientamenti programmatici
che vi prevarranno, alle scelte politiche che ne derivano, al segno di egemonia
sociale che esse riflettono.
Larga parte delle culture oggi egemoni nel movimento antiglobalizzazione
internazionale sono di tipo neoriformistico. Non si tratta di "disprezzarle"
ma di coglierne la radice storico/sociale e la ricaduta profondamente negativa
per le ragioni del movimento stesso.
Sullo sfondo dell'arretramento del movimento operaio degli anni '80-'90,
entro una situazione storica segnata congiuntamente dalla crisi di egemonia del
liberismo e dalla crisi di credibilità del "socialismo" (nella sua
rappresentazione storica ereditata) si è determinato un vasto campo di sviluppo
di culture "critiche" del capitalismo ma non anticapitaliste: di
culture e "programmi" tesi a ricercare un altro mondo possibile entro
il capitalismo e non in alternativa ad esso. Queste culture politiche non sono
omogenee ed anzi sono segnate da differenze profonde: comprendono tendenze
apertamente collaborative con forze e istituti del capitalismo mondiale in una
logica di pressione critica sul loro operato; tendenze neokeynesiane votate
alla ricerca di una razionalizzazione antispeculativa del capitale (v. i
vertici di ATTAC); tendenze basate sulle esperienze di terzo settore e sul recupero
culturale di antiche suggestioni cooperativistiche (neoproudhoniane); tendenze
anarco/ribelliste portatrici di una sorta di "neo-luddismo " (Black
block). Ma il loro tratto comune è o la ricerca illusoria di un capitalismo
"equo", o la rivendicazione di un proprio spazio antagonistico
all'interno del capitalismo: comunque la negazione di una prospettiva
socialista e della centralità della contraddizione tra capitale e lavoro come
leva di un'alternativa sociale. In questo senso tali culture minacciano di
deviare l'anticapitalismo latente del movimento e i sentimenti antiliberisti di
milioni di giovani verso un orizzonte al tempo stesso utopico e subalterno:
ostacolando obiettivamente lo sviluppo della coscienza politica del movimento e
la sua convergenza di lotta con la classe operaia internazionale e con i
movimenti di liberazione dei popoli oppressi.
I comunisti debbono radicarsi a fondo nel movimento antiglobalizzazione,
partecipare attivamente alla sua costruzione e alle sue strutture, legarsi
profondamente ai sentimenti di massa antiliberisti, cogliendone le
straordinarie potenzialità: ogni atteggiamento di distacco, di sufficienza
dottrinaria verso il movimento va contrastato apertamente. Ma la lotta contro
le posizioni riformiste, per un'egemonia alternativa è la ragione stessa della
presenza dei comunisti nel movimento. Egemonia non è né predicazione ideologica
né imposizione burocratica: egemonia è lotta aperta per la conquista politica e
ideale del movimento a un programma anticapitalista; per collegare tutte le
ragioni di fondo che il movimento esprime, nel vivo della sua esperienza
quotidiana (ragioni sociali, ambientali, democratiche, di pace) alla
prospettiva socialista; per ricondurre di conseguenza tutte le istanze di fondo
del movimento all'incontro strategico con la classe operaia. L'affermarsi nel
movimento antiglobalizzazione di un'egemonia anticapitalistica della classe
operaia, quale soggetto centrale di un blocco storico alternativo su scala
mondiale, è tanto più oggi una esigenza vitale per il movimento stesso. Il
nuovo scenario di guerra imperialistica pone il movimento di fronte a una prova
impegnativa che richiede un salto di coscienza politica e di orizzonte. Lo
scontro tra imperialismi e popoli oppressi tenderà ad aggravarsi. Lo scontro di
classe sul fronte interno tenderà ovunque ad inasprirsi. Il movimento non può
più vivere di iniziative simboliche, di critiche intellettuali delle
ingiustizie del mondo, di ricette accademiche utopiche o minimali, senza
rischiare di logorare la propria forza. Né può affidarsi ad una pratica
generica di "disobbedienza". Una pagina del movimento si è in ogni
caso chiusa. E' necessaria una scelta chiara di collocazione sociale e di
orizzonte strategico in ogni paese e su scala mondiale. Non è sufficiente una
critica del liberismo senza schierarsi apertamente a fianco dei lavoratori e
delle loro lotte. Non è sufficiente una critica dei poteri dominanti del mondo
senza schierarsi al fianco dei popoli dominati. Su ogni terreno l'alternativa
tra opzioni riformiste e anticapitaliste, pacifiste o antimperialiste, sarà
posta dai fatti nel dibattito stesso del movimento.
I comunisti possono e debbono impegnarsi su un terreno più difficile ma più
avanzato perché un ampio settore della giovane generazione maturi una coscienza
politica rivoluzionaria e di classe. Per questo la costruzione di una tendenza
rivoluzionaria internazionale nel movimento antiglobalizzazione è tanto più
oggi una necessità inaggirabile.
Tesi 11 - CAPITALE E QUESTIONE AMBIENTALE
Gli sviluppi politici e le dinamiche del capitale degli anni novanta sono
stati devastanti per l'ambiente. Tutti i vecchi problemi si sono estesi, sono
emerse nuove emergenze su scala planetaria. E' sempre più stretto l'intreccio
fra questioni ambientali e questioni sociali. A fronte di tutto questo, tanto
gli approcci etico-culturali quanto il riformismo verde si sono rivelati
inadeguati e impotenti. La costruzione di un efficace movimento ambientalista
richiede l'allargamento della sua base sociale e un programma di obiettivi
chiaramente anticapitalistici: in ultima analisi, un nuovo modello di sviluppo
non sarà possibile senza un nuovo modo di produzione, senza il rovesciamento
del capitalismo. E' questo l'approccio strategico che i comunisti devono portare
anche nel loro intervento nel movimento.
Il capitalismo non è in grado o non è interessato a porre rimedio ai
problemi ambientali; viceversa, la devastazione ambientale è oggi un portato
intrinseco della logica del profitto e del libero mercato. Gli anni novanta
hanno visto moltiplicarsi problemi e crisi ambientali, con una relazione sempre
più stretta fra involuzione delle condizioni politiche e sociali e
peggioramento della condizioni ambientali. Il fatto è che le dinamiche
oggettive del modo di produzione capitalistico - sempre meno frenate dai
vincoli sociali e politici che nei decenni precedenti avevano portato alla
crescita dei movimenti ambientalisti e all'adozione di tutta una serie di
interventi di protezione ambientale - hanno portato all'estensione e
all'aggravamento dei vecchi problemi (inquinamento, nocività delle fabbriche,
devastazione del territorio, sviluppo di tecnologie ad alto rischio,
degradazione degli ambienti naturali e storici, ecc.) e alla creazione di nuove
emergenze su scala sempre più estesa, tendenzialmente planetaria (problema dei
rifiuti, buco nell'ozono, effetto serra, deforestazione, impoverimento della
biodiversità, ecc.).
Le sconfitte operaie e la ricerca della produzione al più basso costo porta
infatti ad abbattere anche le misure di protezione ambientale e di prevenzione
sanitaria, a sfruttare le risorse e il territorio nel modo più distruttivo, a
ignorare i vincoli sociali e le compatibilità ambientali. La liberalizzazione
del commercio tende a generalizzare lo sfruttamento incontrollato e illimitato
delle risorse ambientali minando i sistemi di regolazione locale. Con la
privatizzazione dei servizi la logica del profitto si appropria dei beni comuni
come l'acqua e tramite i brevetti essa arriva a monopolizzare le risorse
biologiche e gli avanzamenti scientifici e tecnologici, scavalcando ogni
controllo democratico e ogni preoccupazione di ordine sociale (esemplari le
vicende degli Ogm e dei farmaci anti-Aids). La stessa sicurezza alimentare è
diventata un problema drammatico non solo nei paesi del Terzo mondo, dove è
sempre stata il prodotto dello sfruttamento imperialistico, ma anche nei paesi
avanzati (caso "mucca pazza"), dove è il risultato del produttivismo
esasperato e incontrollato che domina il settore agro-alimentare, sotto la
spinta della competitività e del profitto.
D'altra parte, i rapporti di forza su scala internazionale consentono alle
multinazionali, tramite le scelte dei governi degli Stati imperialisti, di
imporre i propri desiderata nelle negoziazioni degli accordi internazionali in
materia ambientale (v. l'attitudine del governo Usa nel caso del protocollo di
Kyoto sulle emissioni dei gas-serra). Così restano senza efficaci risposte lo
sfruttamento irrazionale e la distruzione delle foreste, l'impoverimento della
risorse biologiche, l'avanzamento dei deserti, i cambiamenti climatici e le
sempre più frequenti "catastrofi naturali" che da tali mutamenti
derivano. Sempre più il futuro dell'umanità si identifica nell'alternativa
"socialismo o barbarie", essendo la tendenza alla barbarie senz'altro
accelerata dal progressivo degrado della capacità del pianeta di sostenere lo
sviluppo umano.
Di fronte a questi sviluppi, in cui si intrecciano sempre più strettamente
questioni sociali e questioni ambientali, si dimostrano sempre più inadeguati e
impotenti tanto gli approcci meramente etico-culturali quanto le tradizionali
politiche di riformismo verde. Oggi i movimenti ambientalisti sono di fronte a
una duplice sfida: da un lato riuscire ad allargare e a unificare la propria
base sociale, integrando i bisogni e le domande dei diversi soggetti che sono
vittime delle tendenze distruttive del capitale; dall'altro riuscire a
formulare obiettivi di lotta e una prospettiva credibili. Ciò è possibile
soltanto in un'ottica anticapitalistica: infatti, un nuovo modello di sviluppo
non sarà possibile, in ultima analisi, senza un nuovo "modo di
produzione", ossia senza passare per il rovesciamento del capitalismo. Questo
è tanto più vero se si considera l'intrinseca dimensione internazionale dei
problemi ambientali. E' questo l'approccio strategico che i comunisti devono
portare anche nell'intervento e nella costruzione del movimento.
Su un altro piano, la questione ambientale pone alla rifondazione comunista
la sfida e il compito di un aggiornamento dei propri strumenti teorici e della
concezione del socialismo. Anche in questo campo, tuttavia, non si parte da
zero. Rispetto al primo compito, il recupero della riflessione originaria del
marxismo sul nesso capitalismo-natura è un passaggio indispensabile per lo
sviluppo di strumenti adeguati per affrontare i temi ambientali del presente e
per un confronto proficuo con i contributi critici del pensiero ecologico. Per
un altro verso, è importante riscoprire e rileggere l'eccezionale esperienza
dei primi anni del potere sovietico quando, anche per merito della lungimiranza
di Lenin, si sviluppò in URSS una vera e propria "primavera
dell'ecologia" che pose questioni essenziali, quali il varo di una
legislazione ambientale, lo sviluppo di un movimento popolare indipendente per
la protezione della natura e l'introduzione della sostenibilità ambientale fra
i vincoli della pianificazione economica. Questa esperienza straordinaria e
precorritrice fu prima interrotta e poi rimossa dalla repressione staliniana
all'inizio degli anni trenta ma essa resta la prova vivente che, non
l'ispirazione marxista o il fine del socialismo, ma semmai la loro negazione
staliniana sono responsabili del fallimento del cosiddetto "socialismo
reale" in campo ambientale e della rimozione per molti anni del tema
dell'ambiente dal campo di riflessione del movimento comunista.
Tesi 12 - PROGRAMMA TRANSITORIO
La stessa ricomposizione del blocco sociale alternativo richiede
l'elaborazione di un sistema di rivendicazioni e di un metodo che sappiano
connettere gli obiettivi immediati dell'azione alla prospettiva unificante
dell'alternativa anticapitalistica. Superando quelle concezioni
neoriformistiche che, in forme diverse, ripropongono la vecchia separazione tra
"programma minimo" (obiettivi immediati) e "programma
massimo" (socialismo), cara alla II Internazionale di fine Ottocento
inizio Novecento e contro la quale nacque il movimento comunista.
La svolta d'epoca attuale rende del tutto improponibile la vecchia separazione
tra programma minimo e programma massimo del movimento operaio. Entro la crisi
capitalistica ogni obiettivo immediato, ogni reale movimento di massa tende a
cozzare con le ristrette compatibilità del capitale. Mentre la coscienza
politica delle masse e dei loro stessi movimenti di lotta, tanto più dopo le
sconfitte subite, è profondamente al di sotto delle implicazioni oggettive
delle loro esigenze.
Questa contraddizione di fondo riattualizza la concezione comunista del
programma di transizione: di un programma che sia capace di individuare un
ponte tra coscienza attuale delle masse e necessità della rottura
anticapitalistica.
Il programma transitorio non può ridursi ad uno schema scolastico e rigido.
Ed anzi per sua stessa natura esso richiede un'articolazione duttile, capace di
rapporto con la concreta dinamica della lotta di classe. Ma l'essenziale è il
suo metodo: è la riconduzione agli scopi rivoluzionari di tutta la politica
quotidiana, in ogni ambito di insediamento sociale, territoriale, sindacale,
fuori da ogni logica settorialista, localista o sindacalista. Proprio per
questo non si può richiedere a un programma di transizione il rispetto delle
compatibilità: al contrario esso si fonda sul presupposto che le esigenze
generali delle masse sono, in questa epoca di crisi, incompatibili con la
struttura capitalistica della società.
Oggi l'aggravarsi della crisi capitalistica mondiale, il riemergere su
scala internazionale di una diffusa spinta di classe, l'affacciarsi del
movimento antiglobalizzazione, definiscono un nuovo quadro di riferimento per
l'articolazione di un programma transitorio: non come astratta accademia ma in
risposta ai nuovi livelli di scontro sociale e alle nuove domande che milioni
di giovani si pongono.